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Provincia di Belluno - Regione del Veneto


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Storia

storia dell'alpago

Cenni storici sull’Alpago

Situato in una zona marginale e di confine, l’Alpago, in epoca romana, ha vissuto con molta probabilità lo stesso destino della vicina Belluno. Dopo una lenta fase di romanizzazione con contatti di carattere soprattutto commerciale, solo nel I secolo a.C. si ebbe l’organizzazione politico-amministrativa del territorio con la creazione del polo urbano di Belluno, divenuto Municipium tra il 49 e il 42 a.C. Il Municipio di Belluno includeva la parte orientale della Val Belluna, risalendo fino a Castellavazzo, l’Agordino fin oltre Alleghe, lo Zoldano e, appunto, l’Alpago, zona in cui la presenza di insediamenti stabili in questa età è confermata dalla toponomastica (si vedano i prediali Curago e Codenzano o i latinismi Quers da quercus o Stàol da stabulum ). Degli stretti rapporti tra Alpago e Belluno si ha conferma nel fatto che il Cansiglio ha fornito in questa epoca il suo calcare bianco a grana grossa e ben lavorabile: lo testimoniano le lapidi romane iscritte trovate nel Bellunese. La via d’acqua seguita per il trasporto era quella del Lago di Santa Croce-Torrente Rai - Fiume Piave, resa tuttavia impraticabile, a partire dal medioevo, per un parziale interramento del Rai. Tra le altre conferme di una presenza romana stabile in Alpago, vi è il ritrovamento di un’urna cineraria in vetro, piccoli chiodi e due monete di Traiano (98-117 d.c.), come corredo di una delle tombe venute alla luce nel 1993 in località Stàol di Curago, a m. 938 di altitudine. Ma è meglio riandare ad epoche precedenti, che testimoniano la presenza in Alpago di insediamenti in epoca pre-romana, protostorica (come testimoniano i recenti ritrovamenti della necropoli di tipologia dei veneti antichi di Piàn de la Gnèla, sopra Stàol di Curago) e preistorica.

Preistoria e Protostoria

L’insediamento umano nel territorio bellunese ed in particolare della conca dell’Alpago risale ad epoca piuttosto antica, infatti tracce sporadiche lasciate dai neanderthaliani sull’Altopiano del Cansiglio possono essere attribuite ad almeno 20.000 anni prima dell’Ultimo Massimo Glaciale e non si può escludere che esse si possano spingere ancora oltre nel tempo, durante i periodi interglaciali, quando l’altopiano era coperto di boschi ed offriva già varie risorse alimentari.
Testimonianze della frequentazione antropica di questo ambiente durante il periodo di passaggio tra l’Ultimo Massimo Glaciale e l’Olocene antico (quindi tra i 20.000 e 10.000 anni fa), in relazione ai profondi cambiamenti climatici e del paesaggio avvenuti durante questa fase, provengono principalmente dal bacino lacustre e torboso del Palughetto, sull’orlo settentrionale dell’Altopiano, a 1040 m di quota, e dall’insediamento del Bus de la Lum, a circa 995 m di quota. Quest’ultimo è posto nei pressi della tristemente nota forra, su una delle alture del Cansiglio orientale, in posizione rilevata rispetto alle depressioni carsiche circostanti ed è stato scelto appositamente per installare l’accampamento, i cui resti sono rappresentati esclusivamente da selci lavorate, mentre altri elementi archeologici come i resti ossei degli animali cacciati, gli strumenti fabbricati con ossa e palco di cervide, o realizzati su materiali calcarei non si sono conservati. La produzione di manufatti di selce è ben attestata (oltre 4000 strumenti) e rappresenta la prima testimonianza in Cansiglio del processo di colonizzazione dei territori prealpini da parte dei cacciatori-raccoglitori riferibile alla fine del Paleolitico Superiore, ovvero circa a 12.000 anni dal presente.
Altre caratteristiche conserva il sito del Palughetto, che a seguito di uno scavo molto accurato, si è rivelato quale uno straordinario archivio paleoambientale, dotato di una ricchissima stratigrafia che documenta la progressiva riforestazione dell’ambiente circostante durante il tardiglaciale. Esso conserva inoltre uno strato archeologico posto in corrispondenza delle torbe più recenti, cui si accompagna l’insieme litico rinvenuto sulla morena antistante la torbiera, che documentano l’accampamento di cacciatori-raccoglitori risalente alla fase finale del Paleolitico Superiore (circa 10.000 anni fa); la presenza di una zona umida, come poche ce ne sono in Cansiglio, aveva evidentemente indotto i gruppi di cacciatori epigravettiani a sceglierla quale zona ideale dove accamparsi. Il rinvenimento più interessante all’interno della torbiera è rappresentato invece da una riserva di materia prima non lavorata (selce proveniente dall’Alpago e dalla Valle del Piave), conservata dai previdenti cacciatori paleolitici che si recavano in Cansiglio consci della povertà di selce idonea alla scheggiatura di questo territorio, e volevano essere sicuri nel trasportare materiali di qualità senza incappare in sgradite sorprese proprio al momento del bisogno, a dimostrazione di quanto fosse profonda per le genti di quel tempo la conoscenza dei nostri territori.
Grazie alle sue peculiari caratteristiche morfologiche, il fianco occidentale del Pian Cansiglio ha favorito l’occupazione antropica dell’area durante un’ epoca più recente, quando le vicende climatiche del Postglaciale hanno permesso la riforestazione del versante, a corona dei campi da caccia e degli accampamenti residenziali mesolitici. Sono infatti venute alla luce numerose evidenze archeologiche, distribuite lungo il settore medio-inferiore del versante, in posizioni rilevate rispetto alle vallecole locali; l’elevata concentrazione di siti, una trentina circa nel complesso, è compresa lungo una stretta fascia altimetrica tra i 1050 ed i 1080 m, dove le migliori condizioni di conservazione hanno permesso il rinvenimento dei materiali. Solo alcuni di tali insediamenti mesolitici, ascrivibili grossomodo ad un periodo compreso tra i 10.000 e gli 8.000 anni dal presente, sono stati indagati in maniera approfondita tramite attività di scavo ed hanno restituito numerosi reperti in selce, dalla cui analisi è stato possibile sviluppare un inquadramento culturale e formulare alcune ipotesi sul significato funzionale di questi siti. In questo senso l’insediamento di Casera Davià si può probabilmente interpretare come un accampamento residenziale, ove la varietà tipologica degli strumenti e delle materie prime sfruttate rimanda alle numerose attività praticate dai gruppi di cacciatori-raccoglitori del Mesolitico antico (Sauveterriano) che qui si erano stanziati. Il vicino sito all’aperto di Casera Lissandri presenta una documentazione archeologica ben più corposa, nonostante si tratti sempre solo di manufatti in selce: lo scavo ha messo in evidenza un’area circolare ad alta densità di manufatti litici circondati da una fascia relativamente più povera, che potrebbe indicare la posizione di una capanna. Le caratteristiche tipologiche e tecnologiche dei reperti rimandano alla fase media del Mesolitico antico e suggeriscono la pratica nell’accampamento di varie attività produttive come la lavorazione delle pelli, l’incisione e perforazione di materiali duri, il taglio e la macellazione degli animali oltre alla fabbricazione delle armature. Infine il sito di Casera Lissandri XVII, probabilmente contemporaneo a Lissandri I, è caratterizzato dalla presenza di un discreto numero di manufatti in selce funzionalmente legati all’attività venatoria, che sembra essere indicativo di un piccolo bivacco di caccia di breve durata, abitato da uno o più cacciatori dediti all’apprestamento delle proprie armi.

Alto medioevo

Nell’Alto Medioevo non ha lasciato significative testimonianze la presenza, se pur accertata, di Ostrogoti; è tuttavia certo che in Alpago, come in zona di passaggio obbligata, vennero costruiti, o forse restaurati, dei castelli, per l’esigenza di bloccare tutti i passaggi che potevano lasciar calare i nemici verso la pianura. Sono pertanto attribuibili alle dominazioni di Goti e Alemanni i castelli dell’Alpago (Bongaio e, forse, la Bastia di Sitràn e Casamatta), ricordati nei Diplomi degli Imperatori Berengario (a. 923) e Ottone I (a. 963).
Più profonda invece è l’influenza longobarda, meglio documentata. La loro penetrazione fu rapida: conquistato il Friuli, arrivarono presto anche in Val Belluna, che venne compresa con l’Alpago entro il Ducato di Céneda. Furono allora ricalcati i confini del sistema difensivo germanico e non quelli dei Municipi romani. La toponomastica conferma la loro presenza in Alpago: sono longobardi ad es. i toponimi Farra, Spert e Broz.
D’altronde, il recente ritrovamento di una necropoli longobarda nella vicina Reveane, in comune di Ponte nelle Alpi, lungo la strada per Pieve d’Alpago dà conferma dell’insediamento longobardo nell’area nella prima metà del VII secolo.
Si legge in Umberto Trame (1932 e rist.an.1984) che l’Alpago fu suddiviso dai Longobardi in due masserie o decanie dipendenti dalla sculdascia di Belluno e facenti capo l’una al gruppo familiare longobardico di Farra e l’altra, assai probabilmente, al nucleo romano-germanico di Pieve d’Alpago. Lo sfruttamento della zona, quindi, si associava alla difesa militare delle chiuse (i forti di sbarramento) del Cansiglio e di Fadalto.
A questo riguardo, Marco Perale (2001) afferma che proprio attraverso il bosco del Cansiglio passava la cosiddetta strada patriarcale proveniente da Aquileia e Cividale (forse la stessa di cui si parla nella convenzione, stipulata nel 1339 dal Patriarca di Aquileia coi Bellunesi per aprire la strada di Polcenigo ed Alpago? Vedi Baccichet 1997); essa superava Belluno a Nord e risaliva la Val Cordevole fino alla conca Agordina, sede, probabilmente, di un presidio longobardo stabile.
Al dominio longobardo seguì quello dei Franchi, che assegnarono al territorio una diversa organizzazione: i ducati longobardi, troppo grandi e troppo potenti, causa per questo di instabilità, vennero divisi in piccole contee. Belluno e Feltre divennero contee autonome, non più legate quindi a Céneda.
E’ sempre in questo periodo che comincia ad affermarsi l’autorità civile dei vescovi di Belluno. Appartengono al X secolo d.C. due importanti documenti, cui si è già fatto cenno, riguardanti le sorti dell’Alpago: nel 923 molti possedimenti in Alpago vengono donati al Vescovo Aimone dall’imperatore Berengario, mentre nel 963 l’imperatore Ottone I dona al Vescovo Giovanni di Belluno una serie di terre nell’area di confine tra Treviso e Friuli, dall’Alpago a Polcenigo e fino a Oderzo.
Va richiamato a questo punto quanto afferma Luisa Alpago Novello (1998), secondo la quale in età medievale, ma verosimilmente già in età pre-romana e romana, l’Alpago era interessato dalla presenza di due vie di comunicazione: la via Regia, o per tradizione via Julia, che dalla pianura veneto—friulana saliva verso il Passo di Fadalto e, costeggiando la sponda occidentale del Lago di Santa Croce, si dirigeva verso Polpet, dove si innestava nella via per il Cadore; un secondo tracciato da Caneva-Polcenigo, attraverso l’altopiano del Cansiglio, giungeva in Alpago e faceva dell’Alpago un passaggio obbligato tra la pianura e il Bellunese.

Basso medioevo

Dopo secoli di potere quasi incontrastato, intorno al 1300 la potenza vescovile nella città di Belluno comincia a declinare, con la comparsa dei da Camino prima (1312) e degli Scaligeri poi (1322).
Nel 1323 Cangrande della Scala assegnò ad Endrighetto da Bongaio la contea d’Alpago, della quale divenne anche capitano, come ricompensa per servigi resi in diverse imprese. Mastino II, succeduto a Cangrande nel governo di Belluno, lo conferma conte d’Alpago nel 1327. Pare tuttavia che Endrighetto, designato Podestà della città di Belluno, trami contro gli Scaligeri, a favore di Carlo di Lussemburgo cui avrebbe ceduto la città stessa. In cambio sarebbe stato riconfermato nel possesso della contea dell’Alpago e nuovamente podestà e capitano di Belluno; tali cariche gli furono assegnate anche per la città di Feltre.
Forse per aver governato più da padrone che in funzioni di vicariato, e col sospetto di trame a favore di Mastino della Scala, viene mandato prigioniero in Carinzia. Negli anni della sua prigionia, la moglie Giacoma viene investita della contea e della contrada d’Alpago.
Dopo circa dieci anni di assenza, Endrighetto ricompare nel luglio 1347 in qualità di capitano generale di Belluno, come ricorda Giorgio Piloni nella sua Historia. Nel 1358, inoltre, dopo la morte di Nicolò Patriarca di Aquileia, è nominato Vicario Imperiale di Belluno, carica conferitagli da Carlo IV Re di Boemia. Muore assassinato nell’aprile del 1359 in Piazza Campitello, per mano di un certo Giovanni de’ Fabbris che intendeva così vendicare le molte ingiustizie subite, a suo parere, dal Bongaio. Dopo la sua cruenta fine la contea d’Alpago passa, per ordine di Carlo Imperatore e Re, al Vescovo di Belluno, Jacopo Bruno, il quale si assume l’obbligo di mantenere a proprie spese le guarnigioni dei due castelli di Casamatta e di Sitran. Nella seconda metà del Trecento, infatti, si alternano nel Bellunese e nell’Alpago le dominazioni di Signorie italiane (Carraresi e Visconti) e di signori dell’area Tedesca (Boemia, Ungheria e Austria) da cui dipendono il Consiglio dei Nobili, il Vescovo di Belluno e la contea dell’Alpago, divenuta nel frattempo comunità di Pieve d’Alpago. Questa avrebbe dovuto in parte provvedere in proprio ad armare le stesse fortificazioni di Casamatta e Sitran, che entrarono in una confusa fase di demolizioni e riassegnazioni militari e amministrative.
All’inizio del Trecento l’Alpago contava circa 2.000 abitanti (un popolamento considerevole per il tempo) e vide la messa a coltura e a pascolo di terre sino ad allora selvagge, in virtù della presenza già consolidata, e forse risalente agli usi longobardi, di regole per l’uso collettivo di prati e campi e di svaldi per l’uso comunitario dei boschi, con relativa ripartizione degli utili. Alla metà del secolo, vuoi per le torbide vicende politiche vuoi per le catastrofi naturali del ’48, la peste e il terremoto che demolì il castello del Bongaio, la popolazione si ridusse di due terzi.

La dominazione veneziana

L’avvento della dominazione veneziana, definitivamente affermatasi nel 1420, determinò una svolta verso una sempre più duratura stabilità. I rapporti tra Alpago e Venezia si fecero sempre più stretti e importanti (le relazioni commerciali e i frequenti contatti favorirono, tra l’altro, il formarsi di un dialetto che risente della parlata veneziana), quando la Serenissima si rese conto dell’importanza del bosco del Cansiglio come risorsa per la propria flotta, tanto da definirlo “gran bosco da reme” nei propri atti ufficiali. Lo sfruttamento del bosco venne regolato con passaggi successivi: in principio le prime forme di prelievo furono di tipo numerico (taglio a scelta di faggi di pregio) per soddisfare le esigenze cantieristiche della produzione di remi; in una seconda fase il Cansiglio fu suddiviso in cento prese (sezioni) da tagliare a raso una l’anno (il materiale non adatto all’Arsenale veniva utilizzato per produrre carbone vegetale); infine nel 1638, con il Catastico del Bosco d’Alpago venne fissata la rotazione annuale dei tagli, suddividendo la foresta in 16 prese, che venivano tagliate per dirado in base alla massa legnosa presente una o più volte ogni anno. Sotto Venezia (il cui dominio si sarebbe concluso a fine del XVIII secolo) Pieve divenne il centro amministrativo dell’Alpago, assumendo l’antico ruolo di capoluogo civile e religioso come in epoca longobarda. Fino al XVII secolo Pieve, infatti, fu l’unica parrocchia di riferimento per tutto l’Alpago.

La dominazione austriaca e il Regno d’Italia

Caduta la Repubblica, dopo il breve periodo (1797-1813) del dominio napoleonico con lo sfruttamento incontrollato del bosco del Cansiglio, si affermò la dominazione austriaca, vessatoria nello sfruttamento economico e nel controllo politico, ma illuminata nel promuovere l’istruzione pubblica, una più avveduta amministrazione forestale e l’ampliamento della rete viaria, in particolare la strada d’Alemagna.
Anche l’Alpago partecipò ai moti antiaustriaci del ’48, inviando uomini a sostegno di Venezia. Dopo il 1966, quando l’Alpago, come il resto del Veneto, fu annesso al Regno d’Italia, vi fu un aumento della popolazione con la conseguente necessità di mettere a coltura o a pascolo ogni terreno, sottraendolo al bosco. Ciononostante si ebbe un consistente fenomeno di emigrazione, protrattosi per oltre un secolo.

Età contemporanea

A cavallo tra XIX e XX secolo si collocano importanti opere infrastrutturali: si realizza la strada di collegamento tra il Vittoriese e l’Alpago attraverso il Cansiglio; si provvede alla bonifica della piana di Paludi e all’ampliamento del bacino del lago di Santa Croce, anche con la costruzione del Canale Cellina; viene infine costruita la linea ferroviaria con la Stazione per l’Alpago.
Durante la seconda guerra mondiale, a partire dal 1943, molti giovani dell’Alpago (circa 200) decisero di salire in montagna tra le fila partigiane, ad alimentare la brigata “F.lli Bandiera”: essa faceva riferimento alla divisione “Nino Nannetti”, che ebbe per un periodo il proprio comando in Pian Cansiglio. Numerose azioni furono compiute contro le truppe tedesche, cui seguirono come risposta, tra le altre, la deportazione nei campi di concentramento tedeschi di circa 40 resistenti, l’incendio di Pieve d’Alpago (25 agosto 1944) e il grande rastrellamento del Cansiglio che portò allo scioglimento delle fila partigiane nell’autunno ’44. Sempre alla guerra partigiana è legata la fama del Bus de la lum, un abisso carsico in cui furono gettati i corpi di 28 nazifascisti.
Con il dopoguerra, la grande povertà costrinse un’altra volta gli alpagoti ad emigrare, abbandonando così le attività tradizionali. Solo negli anni ’70 lo sviluppo industriale nell’area di Paludi ha fatto recedere il fenomeno emigratorio. Tuttavia l’agricoltura, come attività tradizionale, e il turismo, con la valorizzazione delle risorse naturali della conca, sono solo marginalmente praticati.

Vie di comunicazione

Come detto sopra, secondo L’Alpago Novello forse già in epoca romana ma sicuramente in età medievale, l’Alpago era interessato dalla presenza delle vie di comunicazione denominate Via Regia, attraverso il Fadalto e un’altra (la Strada del Patriarca?) da Caneva-Polcenigo tramite il Cansiglio. Potrebbe essere la via studiata da Baccichet (1997) che risulta anche raffigurata, nel tratto fino alla Crosetta in Cansiglio, in una Carta della fine del XVIII sec., disegnata ancora sotto la Repubblica di Venezia “Bosco del Canseglio” di grande interesse anche toponomastico Marco Perale, d’altronde, afferma che proprio attraverso il bosco del Cansiglio passava la cosiddetta “strada patriarcale” proveniente da Aquileia e Cividale (forse la stessa di cui si parla nella convenzione, stipulata nel 1339 dal Patriarca di Aquileia coi Bellunesi per aprire la strada di Polcenigo ed Alpago?) fino a Belluno, per poi risalire la Val Cordevole fino alla conca Agordina, sede, probabilmente, di un presidio longobardo stabile.
Sicuramente possiamo affermare che la via pedemontana, che ancora oggi attraversa l’Alpago ai piedi del Guslon, del Messer fino a Mont, passando sopra la frana del Tessina, alla base del Col Nudo, quindi sotto il Rifugio Carota al Dolada, passando per Piàn de la Gnèla (di nota valenza protostorica) era una via di percorrenza molto antica. La conca dell’Alpago assume un valore strategico essendo posta a controllo degli itinerari che dalla pianura veneta orientale e dal Friuli (quindi dalla Slovenia presumibilmente) risalivano in direzione della Valle del Piave, nodo viario verso il Cadore e verso l’Agordino in fase successiva (in quanto sede di miniere di rame).
 
Fonte: www.alplab.it

 

 

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